...Ma poi sterzata, eccolo volontario con la «Emmaus» dell’Abbé Pierre a distribuire viveri in Bosnia durante la guerra degli anni Novanta, corrispondente per Radio Vaticana e autore di alcuni reportage che all’epoca ebbero notevole risonanza, primo tra tutti quello, apparso sul Corriere della sera, su un giovane mercenario morto suicida. «Ero stato due volte a Belgrado e una volta in camper a Mostar, un pezzo di Turchia in Europa, con i suoi minareti. Non mi sembrava vero che in quei luoghi fosse in corso una guerra. Perciò sono andato» dice. «Avevo bisogno in quel momento di farmi militante di qualcosa. Di occuparmi di qualcosa che non fossi io. L’attore, è questo il problema, gira tutto intorno al proprio ego. Stai sempre dentro un film, il mondo reale resta di là mentre frequenti persone che stanno anch’esse dentro un proprio film. Sul set avevo imparato come si organizza. Durante le riprese sono infiniti i tempi morti, per non annoiarmi ficcavo il naso dappertutto. Così a Gradacac, la città della Bosnia vicino a Tuzla, ero diventato “Bruno-leggenda”, quello che con i suoi camion carichi di viveri se la strada qui era bloccata spostava il set, passava di là». E, a proposito di energia vitale e di immediatezza, racconta come se la cavò un giorno che era assediato da un drappello di casalinghe musulmane decise a svuotargli alla selvaggia il camion: «Sdraiato per terra, agii d’istinto, feci uno spogliarello strategico: mi levai pantaloni e mutande e chiesi “volete questo?”»...  |